Coaching e Counseling

Capitano alla maggior parte delle persone dei periodi difficili in cui si accorge di aver perso serenità e il giusto stimolo per continuare ad affrontare la quotidianità e le sfide che la vita ci pone di fronte e ci si sente demotivati, frustrati e stanchi, in questi caso può essere d’aiuto ricorrere a professionisti che aiutano a superare tali piccole difficoltà che però incidono molto negativamente sulla qualità della vita e rendono infelici. La giusta risposta in questo caso è il counseling o il coaching, due discipline che è bene dire sono diverse e attuano metodologie diverse anche se hanno numerosi punti di contatto.

Il termine “counseling” deriva dal latino “cum solere” e significa “sollevare insieme”, mentre il termine “coaching” è di derivazione inglese, dal verbo “to coach” ovvero allenare e trae origine dall’ambiente sportivo, si tratta della tecnica utilizzata dall’allenatore per stimolare gli atleti e incrementare così la performance sportiva. Vediamo ora qual è l’applicazione del counseling e del coaching.

Tra il counseling ed il coaching vi sono delle differenze di approccio e di metodo.

In cosa consiste il counseling?
Il couseling nasce intorno agli anni sessanta ad opera di Carl Rogers che mette in atto una “terapia” centrata sul cliente. E’ bene dire che, per evitare confusioni errate anche dal punto di vista etico, sia nel counseling, sia nel coaching si parla di cliente e questo perché entrambe le professioni non sono discipline mediche e non curano, non possono essere applicate nel caso in cui vi siano profili patologici, anche se di natura psicologica, quindi chi si rivolge a tali professionisti non è malato, non va curato, è solo demotivato, insoddisfatto, insicuro, di conseguenza anche se il termine cliente può sembrare controverso, troppo tecnico o freddo, resta probabilmente il più adatto, per lo stesso motivo non si può parlare di una vera e propria terapia.

Ritornando al discorso, il cliente è solitamente una persona che vive un momento di difficoltà e cerca aiuto da un professionista per trovare una risposta al proprio stato di malessere. Tramite questa terapia, basata soprattutto su interventi di tipo verbale, si cerca di stimolare la creatività al fine di perseguire una vita vita di relazione e sociale soddisfacente. Il counseling agisce su tutti i livelli quindi l’insoddisfazione, lo stato di malessere può riguardare anche la vita privata, la vita di relazione, il rapporto con se stessi. Il punto di forza di questa tecnica è valorizzare le qualità delle persone che si rivolgono al professionista e spronarle e rendersi artefici del proprio destino e quindi attivare una forma di auto aiuto, cioè trovare in se stessi le forze e le ragioni per reagire nei momenti avversi.

Ed ora il coaching!
Per ben comprendere dobbiamo sempre tenere a mente la figura dell’allenatore in ambito sportivo che stimola ad un comportamento attivo, ad un approccio positivo, ad accettare e cercare di vincere le sfide. Questa disciplina rispetto al counseling ha un approccio più attivo e mira alla realizzazione di obiettivi concreti che il cliente deve conseguire attraverso una stimolazione al miglioramento di sé anche attraverso l’uso delle domande. E’ un approccio estremamente motivazionale che mira a dare un supporto concreto allo sviluppo soprattutto lavorativo del cliente avendo però come punto di riferimento gli obiettivi indicati dal paziente/cliente e non dal coach che deve solo aiutare al raggiungimento di obiettivi tramite tecniche motivazionali mirate e attraverso un piano di azione ed una strategia ben definita.

A chi è rivolta l’attività del coaching?
L’attività del coach è rivolta praticamente a tutti, che si tratti di studenti che vogliono migliorare le prestazioni o imprenditori che vogliono ottenere maggior successo nel lavoro, anche casalinghe o disoccupati possono trarne vantaggio. Una particolarità si ha negli Stati Uniti che spesso utilizzano la figura del coach anche all’interno delle aziende o del luogo di lavoro e in questo caso opera in modo collettivo in modo da esortare, stimolare i vari dipendenti ad offrire il massimo delle prestazioni alle aziende e a migliorare anche le relazioni in ambito lavorativo pur stimolando una giusto grado di competitività tale da dare all’azienda prestazioni sempre migliori. Tra i vip che hanno fatto ricorso a questa forma di aiuto c’è anche Madonna.

Cosa unisce le due tecniche?
Sono entrambe di recente diffusione e artefici di tale diffusione sono stati gli Stati Uniti, si tratta in entrambi i casi di approcci motivazionali e nulla esclude che uno stesso professionista possa applicare entrambe le tecniche in base alle richieste e alle esigenze, in entrambi i casi vi è la prevalenza del dialogo, ovvero dell’uso della parola, per incentivare il cliente e sostengono il processo di auto realizzazione.

Qual è il percorso formativo per intraprendere queste professioni?
Per diventare counselor è necessario affrontare un percorso di formazione di durata triennale ed in base alla definizione adottata dal CNEL e trasmessa al SICO (società italiana di counseling), il counselor è deputato a favorire il superamento di disagi, ma le sue tecniche non possono essere applicate quando è necessario ristrutturare profondamente la personalità, questo vuol dire che un limitato approccio in caso di lieve disagio esistenziale è possibile.

Meno disciplinata è invece la strada per diventare coach perché in questo caso in Italia sono attivati vari corsi durata più o meno lunga, ma non strutturati come il percorso formativo per diventare counselor. Di sicuro per affrontare questa professione occorrono anche doti personali e di relazione ben sviluppate.